Software open source: la UE gira le spalle

In un momento di grave crisi economica per tutto il mondo, si sa, si dovrebbe andare tutti nella stessa direzione e cercare di investire (anche tempo ed impegno oltre al solito danaro) verso fonti economiche ed ecologiche di sostentamento futuro: se abbiamo la Terra inquinata dal petrolio ed agevoliamo l’estrazione e la raffinazione dello stesso, è come tagliare l’albero sul quale siamo seduti.
Lo stesso discorso vale per il software il quale, se tenuto in mano di poche lobby di monopolisti che ne fanno quello che vogliono e lo rendono interpolabile ed interfacciabile solo con pochi altri monopolisti, tagliamo il ramo dell’evoluzione tecnologica sul quale siamo seduti.
Prima di passare al punto dell’articolo è bene fare una breve premessa per chi non avesse in mente che cosa sia il sotware open source, termine inglese che significa sorgente aperto, indica un software i cui autori (più precisamente i detentori dei diritti) ne permettono, anzi ne favoriscono il libero studio e l’apporto di modifiche da parte di altri programmatori indipendenti. Questo è realizzato mediante l’applicazione di apposite licenze d’uso.
La collaborazione di più parti (in genere libera e spontanea) permette al prodotto finale di raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di lavoro. L’open source ha tratto grande beneficio da Internet, perché esso permette a programmatori geograficamente distanti di coordinarsi e lavorare allo stesso progetto. (Wikipedia)
Va da se che la gestione di software a sorgente aperta sarebbe più semplice perchè appoggiata da una enorme comunità di sviluppatori, più economica perchè questo software nasce per sua stessa natura “aperto” e lanciata verso l’evoluzione tecnologica perchè se molti programmatori possono “vedere” il codice, è possibile che le migliorie siano maggiori e molto più veloci.
Ma l’Unione Europea sembra non vederla allo stesso modo:
Lo scorso 19 maggio, la Commissione Europea ha pubblicato un documento inerente alla normalizzazione ed all’interoperabilità nel campo delle telecomunicazioni e di Internet. In particolare dal documento sono stati eliminati tutti i riferimenti relativi agli standard open source ed all’inovazione, aprendo così forti dubbi sulla scelta di adottare software proprietario. Tale sospetto ha portato numerose associazioni di consumatori che hanno accusato l’Unione Europea di oscurantismo, abbandonando il software libero in favore dei soliti monopolisti.” L’articolo intero ed originale lo potrete trovare qui.

Ora, il punto è semplice: dopo i momenti di grande crisi, economica o strutturale che sia, è riuscito a rimanere in piedi e a continuare a prosperare solo chi ha avuto il coraggio di azzardare e di investire.
Se l’Unione Europea, in questo momento di recessione globale, riuscisse a tenere da parte una piccola parte degli enormi investimenti che fa ogni anno in giro per il Vecchio Continente e riversarli sull’implementazione del software open source, si creerebbe un humus cultural/tecnologico straordinario che porterebbe l’Europa ad essere finalmente all’avanguardia nella “produzione” di un ecosistema digitale e che porterebbe alla nascita di molte software house europee.
Non solo, i risparmi dei cittadini, spalmati sugli anni, sarebbero notevoli sia in temimi di tempo che di “vita” visto che i tempi della burocrazia e della macchina statale sarebbero più snelli grazie a dei software migliorati e performanti.
Forse, per la UE, sarebbe il caso di fare un passo indietro.

31 Mag 2010
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